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Avvisi

29/04/2017

Sacramento della Riconciliazione

Tutti coloro che vogliono possono sempre celebrare il sacramento della Riconciliazione tutti i giorni quando c’è il parroco, in chiesa o in canonica. Sicuramente è possibile trovarlo il sabato pomeriggio.


28/04/2017

Visita agli ammalati

Chi ha persone ammalate all’ospedale o in casa e gradisce la visita del sacerdote, avvisi.


28/04/2017

Visita alle famiglie

Nei prossimi giorni prosegue l’incontro del parroco con le famiglie della parrocchia e per chi lo desidera con anche la benedizione.


26/11/2016

CARITAS

All’Altare del Battistero è stato posto il cesto della CARITAS, che resterà per tutto il periodo dell’Avvento, per la raccolta di generi alimentari


19/06/2016

MESSE PER I DEFUNTI

Si ricorda che è possibile fare celebrare le sante messe per i propri defunti. Per chi lo desidera può rivolgersi in sacrestia prima o dopo le sante messe.




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La storia della parrocchia di Vigo

Vigo e la Preistoria

Le origini di Vigo, piccola frazione del comune di Legnago, sono antichissime. Il suo nome sembrerebbe derivare dalla parola latina Vicus (villaggio) nome molto comune a piccole centuriazioni (suddivisione del territorio pubblico in quadrati risultanti di cento appezzamenti di due iugeri l'una; iugero=2.500 mq) lungo alcune strade romane, ma i reperti storici fino ad ora ritrovati nella frazione dimostrano che Vigo era abitata fin in epoca preistorica. Si ha infatti la certezza che nella tarda età del bronzo, il territorio era abitato da gente prevalentememe dedita all' agricoltura, sistemata su palafitte poste tra Salò, la Concola e la Marchesa.
Grazie agli scavi eseguiti dal museo fioroni sono stati ritrovati frammenti di fittili e un corno segato di cervo. Durante l'età del ferro vi fu per il piccolo insediamento un aumento della popolazione; vicino allo stabile Marchesa e alla zona di Salò sono stati scoperti tre scheletri con un braccialetto, un orecchino e una punta di lancia propria di questa età.
Altri reperti sono stati ritrovati vicino alle proprietà Righetti, Cesaro e Bonaldo, vicino al ponte delle Montelle e lungo la zona nei pressi della ferrovia. Sempre in questi luoghi sono venuti alla luce alcuni scheletri e un orecchino di bronzo, attualmente conservato al museo di storia naturale di Verona.
Le tombe scoperte diedero un corredo abbondante di oggetti di uso domestico e personale che, se non mostrano la ricchezza dei suoi abitanti, documentano però chiaramente sino a quale grado di floridità fosse giunta allora la popolazione rurale del luogo.

Vigo, l'Impero Romano e il Medioevo

Sempre in queste zone, tra la zona Bardolino, Marchesa, la Concola e Salò, furono trovati resti romani del I e II secolo. Verso il 200 a.C., queste zone furono occupate dai romani ma solo dopo la costruzione della via Aemilia­Altinate la presenza romana iniziò a farsi sentire. Il percorso della strada, che prende il nome dal console Emilio Lepido e dalla città di Altino è ancora molto dubbia. Una possibilità è che essa iniziasse a Modena, passasse per Carpi e andasse verso Montagnana, Padova e Altino. Si ritiene che a Vigo vi fossero strade secondarie della centuriazione che si collegavano a quella maestra e che facevano del "Vicus" una piccola stazione.
La teoria che Vigo fosse stata una stazione romana sulla Aemilia-Altinate e che venisse chiamato Vicus Varinus o Varianus secondo studi recenti è poco probabile, se non addirittura infondata.
Più ragionevole invece che Vigo fosse collegata con un'altra strada che passava per Torretta e che percorreva le Valli Grandi Veronesi.
La strada è stata scoperta nelle terre vallive vicino a Torretta che sono state per secoli protette dall' aratro e dalla coltivazione dei campi essendo state zone paludose. La scoperta ha suscitato scalpore in quanto questa era enorme; larga 12 metri, con due fossati di sette metri su entrambi i lati. A Vigo non è stato possibile rintracciare il percorso, ma, da studi fatti sulla traiettoria, si è arrivati ad affermare il passaggio per il paese.
La piccola centuriazione non era composta da nobili palazzi patrizi, ma da case coloniali a volte, però, anche abbastanza ben adornate.
Furono trovati, infatti, pavimenti di mattoni, blocchi di trachite, tessere di mosaici, un ago di avorio, due pesi da telaio decorati, dei mattoni ornati con fiori in rilievo, andati però distrutti durante la seconda guerra mondiale, e un bronzetto. Nel 1960 durante la ricostruzione del ponte sul Dugale venne alla luce un marmo scolpito e conservato ora al museo Fioroni.
Non si sa però dove fosse stata scoperta la lapide di Caio Fabio Corniolo, con la quale il defunto ricordava sé stesso, la moglie Sattava Sabina, la madre Catia Seconda e il figlio Cogitato. Nel 1732 il parroco di Vigo la donò al nobile Recanati di Angiari per il suo oratorio; poi, quando la chiesetta venne distrutta la lapide venne persa. Si pensa sia servita assieme ad altri marmi alla costruzione del campanile di Angiari.
Nel 1955, sempre grazie agli scavi del museo Fioroni furono rinvenuti 11 scheletri, rivolti ad oriente, perfettamente allineati e ben conservati.
Gli scheletri, probabilmente di Longobardi (uno era lungo m.l,80), erano senza corredo, uno era una donna e un altro un bambino.
Anche questi vennero portati al museo di scienze naturali a Verona.
Un sepolcretto del periodo barbarico venne rinvenuto in località Bardolino. Dall'osservazione delle località citate si può pensare che Vigo, in quelle lontane epoche, era abitato nella sua parte meridionale. Bisogna considerare che allora l'Adige non passava per Vigo e che solo dopo la rotta della "Cucca", avvenuta nel 589, le acque del fiume presero il corso attuale.
Nel medioevo il centro del paese si spostò verso l'Adige, il quale era un'importante via di comunicazione e l'aria respirata si riteneva più salubre.
Per questo motivo si pensa sia stato chiamato Vicus Athesis (piccolo paese sull' Adige).
Molto spesso però durante le piene, visti i bassi argini del fiume, le acque sommergevano case e campi. Soltanto nel X secolo vennero compiuti alcuni interventi di bonifica delle terre vicino al fiume e rafforzate le sponde da parte dei monaci dell'Abbazia benedettina della Vangadizza i quali avevano la giurisdizione da Badia Polesine fino ai paesi di Vigo e Vangadizza di Legnago.
Il primo centro abitato in questa zona più a nord si pensa sia stato nel borgo Cerù, che dal capitello di San Rocco va fino a via Coda Lunga.
La zona prende il nome dalla famiglia Cerù che era proprietaria di quella zona e che abitava a palazzo Cerù, ora Corte Barotto. Questa zona era molto probabilmente un dosso di terra che emergeva dalle paludi.
Le case erano difese con argini, mura e vegetazioni e vennero in seguito scoperti mattoni di diverse forme, antiche fornaci e urne cinerarie. Molti reperti vennero scoperti durante la costruzione del tratto ferroviario Legnago-Rovigo che passa appunto in quella zona.
Il complesso poi di Corte Severi, costruito più tardi e più verso il centro dell'attuale paese, fa pensare all’esistenza di un piccolo monastero, forse di una comunità benedettina, nel bel mezzo della campagna, ma anche vicino ad una strada sicura e collegata con altri centri abitati. Anche qui si fanno supposizioni. Lo stabile poteva anche essere un albergo per i viaggiatori o altro. Non sono infatti state trovate prove certe dell'esistenza di una comunità benedettina nel nostro paese.
In una mappa del territorio legnaghese, fatta dal famoso cartografo veronese Cristoforo Sorte nel 1562, si nota che Vigo era molto spostato verso il fiume. Molte case sono a ridosso dell'argine e le uniche strade che portavano alla fortezza legnaghese erano quella dell' attuale via Pila e quella dove c'è via Giuseppe Zanardelli. Si nota poi un grande canale, la Fossa Dita di Galeoni, che dall'Adige passava proprio a ridosso della strada principale del paese proseguendo verso Vangadizza e le Valli Veronesi fino a collegarsi con il fiume Po.
Questo grande canale navigabile venne usato principalmente per il passaggio delle navi da guerra durante la battaglia tra i Visconti e i Veneziani; un combattimento navale infatti, riportato anche in un quadro del Tintoretto, avvenne proprio davanti gli argini legnaghesi. Sempre in questa mappa viene riportato, vicino all' argine che confina con Villabartolomea la località Saccomane; questo nome significa "portata a saccheggio" e ricorda appunto un grande saccheggio da parte di milizie armate di questo borgo lontano dal centro.
In altre cartografie successive del '700 e dell' '800 si iniziano ad intravedere altri borghi di Vigo: le Berolde (Barolde), la Concola (zona di via Marchesa), la Marchesa, le Cortine, le Casette, la Rosa (attualmente sotto il territorio di Villabartolomea), la Pila, la zona di Bardolino (che deriva dalla famiglia che vi abitava "Baroddino"), i Vegri (in fondo a via Zanardelli), la zona di Volta Mira ( nome della curva che l'Adige compie tra Vigo e Villa). Si riportano poi anche le Valli di Vigo, tra il Bussè e lo scolo Dugalone (il fosso Dugale) fino alla Torretta, dove gli abitanti andavano spesso a caccia e a pesca.
Molto attiva fino a qualche decennio fa, pur restando lontana dal centro, è restata la zona della Marchesa. Molte famiglie vi abitavano e al suo interno si era creato un vero e proprio quartiere nel mezzo della campagna.
Vi era un mulino con una pila per il riso fatta funzionare attraverso il canale Seriola. Alla chiusura del mese di maggio si faceva poi una bella processione, con la partecipazione di tutto il paese, attraverso le campagne con la statua della Madonna della Pace, donata al quartiere da don Franco come voto alle famiglie salvate dalla seconda guerra mondiale.
La statua, posta nel capitello ancora presente sulla facciata nord della villa principale, venne in seguito persa o portata via. Attualmente c'è ancora il capitello vuoto. La Marchesa a poco a poco, vista anche la lontananza e l'isolamento dal paese, si spopolò. Vi abita ora, nella villa principale, una sola famiglia e del piccolo e ricco borgo non resta che un cumulo di case diroccate.
Molte leggende poi, create dalla fertile fantasia popolare si intrecciarono attorno alle poche notizie che si riferiscono al primitivo stato dei suoi abitanti. La più diffusa di queste riguarda l'esistenza di Carpanea, una grande città che occupava con le sue alte mura e torri tutte le valli veronesi compreso l'attuale territorio di Vigo. Città che udì risuonare nelle sue contrade, lungo la via Aemilia-Altinate, il passo cadenzato delle legioni romane; che ricorda la folle impresa del suo re che rapì la statua del dio Appo, il padrone delle acque, e questi furioso inondò con un vortice tutta la città. A Carpanea è legata anche la leggenda di un pozzo situato a Palazzo Camerini oggi corte Tonetti. La famiglia Camerini era molto importante a Vigo, possedeva terre e altri palazzi tra i quali quello in via Goito, oggi centro estetico. Si narra infatti siano state gettate delle antichissime statue del palazzo nel pozzo del cortile da cui sprigionava una dolcissima melodia. Era il pianto dell'infelice figlia del re di Carpanea che doveva sposare il capo dei sacerdoti, detronizzato in seguito all'oltraggio al dio Appo.
La principessa non era morta e si diceva vivesse ancora nell' immenso pantano sotto il pozzo.
Si narra inoltre di un pauroso lago mortifero le cui esalazioni uccidevano perfino gli uccelli che passavano durante il volo, di fantasmi e streghe che avevano infestato le malinconiche stanze della Corte Severi e di spiriti infuocati che di notte si aggiravano per le campagne di via Salò.
Famosa poi è la leggenda di Salvanelo che in una notte di luna piena con la sua forca in spalle si aggirava nelle campagne per rubare delle fascine di legno. La luna splendeva più del solito e Salvanelo arrabbiatosi per la grande luce che questa emetteva e credendo di poter essere scoperto, alzando la forca verso il cielo, si mise ad imprecare contro di lei. La luna, offesa dagli insulti, lo attirò con la sua gravità verso di sè facendolo sparire per sempre dalla faccia della terra. Ancora adesso, nelle notti di luna piena, quando la luna splende più del solito si può ancora vedere sul suo suolo luminoso un'ombra; è Salvanelo che con la sua forca e la sua fascina rubata impreca e maledice la luna per la sua luminosità.

Vigo, i Franchi e la diffusione del Cristianesimo

Quando sia giunto il cristianesimo nei territori legnaghesi, e quindi anche a Vigo, non si sa, tuttavia è probabile che la prima comunità cristiana a Legnago sia stata creata dai Franchi verso il IX secolo; i soldati infatti portavano in vicinanza delle fortificazioni le famiglie dalla madrepatria e questi erano cristiani. Come conferma si ha il fatto che il patrono di Legnago e Vigo è San Martino di Tours, il cui culto si diffuse ad opera di questi popoli invasori.
A Legnago venne creata la pieve al capo della quale vi era il pievano, cioè il primo dei preti. Questi aveva un gruppo di sacerdoti che lo aiutavano nelle celebrazioni e con i quali faceva vita in comune. Alcuni sacerdoti, pur convivendo con il pievano si recavano nelle varie frazioni per fondare nuove comunità.
Non si conosce quando sorse a Vigo il primo tempio cristiano.
Si può ragionevolmente supporre che esistesse una cappella, fìliazione della pieve di Legnago. A riprova di questo legame fra le due chiese, si può addurre la identica loro intitolazione a San Martino ed inoltre i rapporti di sudditanza e, come vennero chiamati, di onore, che, attraverso i secoli, intercorsero tra chiesa fìliale di Vigo e chiesa matrice di Legnago.
Durante il periodo medioevale un sacerdote della pieve si recava nella cappella di Vigo per celebrare la messa e assistere gli abitanti che dalla Marchesa e da Salò, zona valliva, si erano ormai quasi tutti spostati verso l'Adige. Poi verso il 1400, quando tutto il territorio legnaghese passò sotto la Repubblica di Venezia (1405), vennero costruite mura difensive attorno alla città di Legnago. Al tramonto le porte della fortezza venivano chiuse e nessuno poteva accedervi fìno all'alba del giorno dopo. Per questo motivo, prima San Pietro, che a quel tempo era la frazione più grande, poi Vigo e di seguito gli altri paesi chiesero ed ottennero dal Vescovo di Verona l'erezione a Parrocchia.

Vigo diventa parrocchia, 10 giugno 1451

Giovedì 10 giugno 1451, ad opera di don Gerolamo Mandello, la rettoria fu eretta a parrocchia con decreto del vicario generale della diocesi, canonico Bartolomeo Cartolari, il quale concesse pure la facoltà del fonte battesimale, data la lontananza dalla chiesa di Legnago, e la pericolosità di accesso alla fortezza durante le guerre.
Così riferisce parte del decreto:

... poiché è necessario che i bambini da battezzare siano portati da Vigo alla soprascritta pieve di Legnago che dista due miglia dalla predetta chiesa di Vigo. E poi che la detta pieve è dentro al castello di Legnago le cui porte vengono chiuse, sicchè, presentandosi le necessità di battezzare i detti bambini di notte, non si può entrare nel detto castello. Inoltre che, per la lontananza di quei luoghi e soprattutto d'inverno per il vento, la pioggia e la mota, ovvero il fango, è difficile e pericoloso portare i detti bambini da battezzare da Vigo alla predetta pieve ...

Dal decreto è possibile notare che l'autorizzazione avvenne da parte del vicario generale della diocesi canonico Cartolari e sotto l'egida di mons. Antonio, vescovo di Gubbio, che in quel tempo faceva le veci di vescovo di Verona. Martedì 22 giugno 1456, nel palazzo episcopale di Verona, nella camera da letto del vescovo, davanti al nuovo eletto vescovo di Verona Ermolao Barbaro e di Bonadusio Uretuani, abitante di Vigo scelto dalla comunità come loro rappresentante, il decreto venne riconfermato.
Il parroco così si insediò nella rettoria di Vigo prendendo dimora stabile. Restò a lui l'obbligo di recarsi settimanalmente alla pieve legnaghese per celebrarvi due messe. Inoltre, era tenuto a partecipare con i fedeli alle solenni processioni, con cotta e croce, che si tenevano a Legnago.
Nel caso di mancata osservanza il rettore, per pena, doveva dare due libbre al sacrestano di Legnago per quella chiesa. Non sempre questi adempimenti venivano osservati e così capitò più volte che l'arciprete di Legnago ed anche la stessa amministrazione municipale si lamentassero con il vescovo nei riguardi del rettore di Vigo.
Il parroco inoltre, in via ordinaria, doveva amministrare il battesimo il sabato santo, quindi, nella mattinata doveva portarsi a Legnago per aiutare il parroco e gli altri cappellani nell'amministrazione dei battesimi di quella chiesa. Sempre nella stessa occasione riceveva dal parroco di Legnago i sacri olii.
Nella prima visita pastorale del 7 ottobre 1460, il vescovo Matteo, titolare di Tripoli e incaricato del vescovo di Verona Ermolao Barbaro, constatò che il parroco don Ugolino, da poco successo a don Mandello, riscuoteva la fiducia della popolazione e che la chiesa si era fornita di paramenti sacri ben conservati. L'edificio nella sua struttura era ben tenuto e da un lato possedeva anche un campanile. Al suo interno la chiesa aveva l'altare maggiore dedicato a San Martino e gli altri altari dedicati all'Immacolata Concezione, a San Giorgio e a San Rocco. Esisteva inoltre una confraternita della Madonna Immacolata Concezione con numerosi e ferventi associati. La canonica invece aveva bisogno di grandi riparazioni, a tal punto che il vescovo Matteo ordinò che se entro un anno gli abitanti non avessero provveduto a risistemarla, il sacerdote doveva far ritorno alla pieve di Legnago e non celebrare più la santa messa in quella chiesa.

Nel 1526 arrivò ad amministrare la parrocchia don Domenico de Rochis di Casella Maggiore. Durante il suo ministero vi furono ben 5 visite pastorali compiute dal vescovo di Verona o da suoi collaboratori.
Nella prima visita del 25 settembre 1526 sappiamo che il vescovo, interrogati alcuni uomini del paese sulla persona di don Domenico, constatò che era un uomo diligente, lodato da tutti e con a cuore le anime del piccolo paese. Constatò poi una società di San Rocco, della quale ordinò essere fatto uno statuto ed eletto un reggente della confraternita.
Dalla seconda visita pastorale, compiuta il 7 febbraio 1529, si apprende che a Vigo vi erano circa 400 persone e che il parroco riscuoteva dalla pieve di Legnago 34 minali di frumento e 12 lire di denaro: la società di San Rocco era cresciuta e possedeva 2 campi di terra. Il vescovo ordina che venga fatto un cancelletto attorno al battistero, che sia comprato un nuovo gonfalone e che il sacerdote non acconsenta la predicazione e il rito della confessione ad altri sacerdoti senza la sua autorizzazione. Si apprende poi che il sacerdote è capace di leggere e scrivere e che "tiene scuola". Durante questa visita alla presenza del Vescovo si trovava anche il massaro Giovanni Brognoni. Da poco infatti anche Vigo, fino a quel tempo chiamato "Villa" (come Vangadizza e San Pietro) ebbe la facoltà di avere un "massaro", il quale, come delegato del sindaco, curava gli interessi della popolazione, specie quelli riguardanti la pubblica sicurezza e l'addestramento dei giovani nell'uso delle armi. Servivano infatti soldati per la fortezza legnaghese, che per economia, li aveva scelti sul posto tra i contadini delle varie frazioni. Sempre in questi anni era cresciuto anche il fenomeno del banditismo, soprattutto nelle frazioni.

A Vigo, Tonino Passignan venne trovato ucciso nei pressi del suo mulino ad opera di "sei mascherati" mai identificati.
In seguito, il fenomeno del brigantaggio calò, anche per le terribili pene che erano state stabilite in tutto il territorio (la forca, la tortura e la morte). Vigo intanto, vista la continua crescita demografica, ottenne dalla città di Legnago il diritto di eleggere due rappresentanti al consiglio cittadino.

Nella visita del 3 ottobre del 1530 il vescovo notò che la chiesa era ben curata e che il parroco, uomo in buone condizioni di salute, oltre a recepire 34 minali di frumento da Legnago e 12 lire di denari possedeva anche 4 campi di terra. Nella parrocchia vi erano due società, una in onore della beata Vergine e una di San Rocco alle quali il vescovo concesse la possibilità di indulgenza per un anno. A Vigo si contavano circa 600 persone delle quali 350 da comunione, vi abitavano 3 famiglie di nobili e il massaro di turno era Pellegrino de Graziani, contadino del luogo. Si notava poi il mancato acquisto del gonfalone e di altri paramenti per le celebrazioni. La canonica si trovava ancora in brutte condizioni.
Il 25 aprile 1532 venne compiuta un'altra visita pastorale dalla quale si apprendeva che la popolazione era rimasta stabile a 600 individui; il gonfalone era stato fatto e donato alla parrocchia dalla società della Beata Vergine. Si richiedeva, da parte del Vescovo, il rifacimento del pavimento della chiesa e la sistemazione, non ancora eseguita, della canonica.
Nell' ultima visita, compiuta il 17 maggio del 1541, il vescovo lodava l'operato di don Domenico e del curato don Francesco da Vigasio, da poco arrivato in aiuto del parroco. Durante la visita era presente anche il massaro Andrea Micheli e il clerico Bonaventura, nipote del curato; la popolazione era scesa a quota 550 delle quali 365 da comunione.

Nel 1552 arriva ad amministrare la parrocchia don Domenico Collato. Dalla visita pastorale del delegato del Vescovo Luigi Lippomano, il reverendo Giovanni Del Bene, venerdì 12 maggio 1553, si apprendeva che la parrocchia possedeva 5 campi e le persone da comunione erano ben 450. Vi erano inoltre le società del santissimo Corpo di Cristo e della Beata Vergine. In fianco alla chiesa si trovava il cimitero e vicino a questo c'era l'orto del parroco, ben curato e pieno di viti e more. Tra le curiosità di questa visita pastorale si riporta che vennero scoperti ad amoreggiare due giovani vighesi Giovanni figlio di Bettina e Brixiana. Questi promisero di sposarsi nella prossima Festa di Pentecoste. Si dice poi che il parroco, per una malattia, era aiutato in casa da Cristina, una trentenne, moglie di Toni Zanini. Nel 1559 il parroco Domenico Collato ricevette una seconda visita pastorale. Vengono qui descritti alcuni particolari della chiesa: essa era ben illuminata, grazie anche a due finestroni, alla destra e alla sinistra della porta maggiore, sul presbiterio non c'era l'altare maggiore ma si trovava però un altare portatile in legno. Vi erano poi gli altari delle varie società e portali tutti rafforzati da parti in ferro, anche quello del campanile; vicino a questo si trovava una piccola finestra (è ancora possibile osservarla murata vicino ai resti del vecchio campanile). Vi era poi un lungo tappeto rosso, non molto onorabile, ed il fonte battesimale sul lato vicino al campanile. Il cimitero, alla destra della chiesa e il tetto della canonica, sulla sinistra non erano in ottime condizioni. Il parroco di Vigo era tenuto infine ad andare a benedire il cero pasquale al fonte battesimale di Legnago il sabato Santo e a partecipare con il popolo alle processioni della pieve legnaghese.

Sabato 7 maggio 1569, dopo aver visitato la parrocchia di Vangadizza, il Vescovo di Verona Agostino Valier visitò per la prima volta Vigo e la sua chiesa. In questa visita venne annotato l'amarezza da parte dei fedeli in quanto il parroco faceva pagare uno scudo a chi voleva essere sepolto in chiesa e in più attribuiva alla famiglia del morto le spese per la sistemazione del pavimento (come era uso infatti un tempo, la gente poteva essere sepolta all'interno delle chiese. Di solito questo veniva fatto da famiglie benestanti che potevano permettersi le spese che chiedeva il parroco per la rimozione e la sistemazione della pavimentazione). Il vescovo ordinò poi che venissero eseguiti i restauri della porta maggiore.
1579 diventò nuovo rettore di Vigo don Francesco Buscherio, già curato di don Collato. Il 5 giugno del 1580, durante una visita pastorale del Vescovo Valier, dopo che il vescovo ammonì il parroco a scrivere correttamente i nomi di quelli che contraevano matrimonio sul registro parrocchiale e a pulire i calici perché erano sporchi, questo venne sottoposto ad un interrogatorio sulla dottrina cristiana. Di fronte al Vescovo e al Canonico dottore Zaffello Zaffelli, don Francesco Buscherio rispose ad una serie di domande sui sacramenti della riconciliazione e del battesimo.
Alla fine dell'interrogatorio, non andato molto bene, don Francesco venne sospeso dal suo incarico di rettore parrocchiale fino a che non si fosse istruito meglio sulla nuova dottrina, doveva inoltre mandare via la mantovana Agnese, la perpetua, poiché giravano delle strane voci.
Ai primi di maggio del 1594 il Vescovo Agostino Valier, dopo aver pranzato nella canonica di Vangadizza, compì un'ultima visita alla parrocchia di Vigo. Venne accolto con una grande processione da tutto il paese, che contava allora 800 persone, e dal parroco don Ottavio Collato, da poco successo a don Buscherio. Dopo la santa messa, presieduta dal Vescovo, e la benedizione del cimitero, venne compiuta una visita della chiesa: vi era un altare maggiore non consacrato ma ben tenuto, un altare portatile della Beata Vergine Maria, un altare di San Giorgio e un altare portatile di San Rocco, tutti non consacrati. Esistevano ancora la società di San Rocco e della Beata Vergine che avevano pure un cappellano per le celebrazioni, don Giovanni Paolo Zardin, nativo di Vigo. La pala di San Martino, posta sull'altare maggiore, aveva infine bisogno di un restauro. Il vescovo restò a dormire una notte nella canonica di Vigo e il giorno dopo, con la sua carrozza, si recò a Villabartolomea.
(Gli altari portatili non erano altro che degli altari di legno con sopra una statua o una immagine sacra che venivano appoggiati alle varie pareti della chiesa, che a quel tempo non aveva né nicchie né cappelle laterali. Questi potevano essere tolti durante particolari occasioni per lasciare spazio all'interno del sacro edificio.)

Il 17 maggio 1611, durante il sacerdozio di don Domenico Mazzini, il Vescovo Alberto Valier, compì la sua prima visita pastorale a Vigo. Poco viene detto di questa visita, soltanto che la popolazione era cresciuta e contava circa 1000 persone.
Vent' anni dopo la visita del vescovo, nell'aprile del 1631, portata da alcuni soldati olandesi provenienti da Mantova, arrivò anche a Legnago la famosa peste nera, ormai diffusa in tutta Europa. La popolazione di Vigo venne dimezzata da questo tremendo flagello e verso la metà di giugno quasi tutti i superstiti del paese, circa 350, assieme a quelli delle altre frazioni invasero Legnago, quasi spopolato, in quanto cercavano scampo dalle ruberie dei soldati ormai divenuti briganti. Il provveditore non rifiutò l'ospitalità a donne, vecchi e bambini mentre gli uomini e il bestiame furono portati alla sinistra dell'Adige dove l’epidemia infieriva meno.
La peste finì ma iniziò subito la piaga del brigantaggio.

I briganti erano per lo più nelle frazioni, fra i campi e i canneti della valle dove depredavano e uccidevano i viandanti. A Vigo alcuni ignoti, dopo aver praticato un foro nel muro della cucina, uccisero per vendetta certo Sartorello, mentre si stava riscaldando al fuoco del camino.
Passarono più di vent'anni prima che il nuovo Vescovo Sebastiano Pisani, nel 1654, si recasse in una visita pastorale a Vigo dove venne accolto dal parroco Pietro Martino Gioia. Durante questa visita venne elevata e benedetta dal Vescovo una colonna con una croce ferrea sull'apice al centro del cimitero, a ricordo di tutti i morti vighesi per peste. In questa visita pastorale il Vescovo esortò infine il parroco a tener chiusa, durante le funzioni, la finestra che dalla sua camera da letto si affacciava sull'interno della chiesa.
Nel 1662 venne compiuta un'altra visita pastorale da parte del vescovo Pisani. Oltre all' altare maggiore vi sono due altari laterali, uno della Beata Vergine della Concezione e uno del Santissimo Rosario. Viene riportato che il parroco Pietro Martino Gioia, da tre anni ammalato, viene aiutato nel suo ministero da Tommaso Soardi di Brescia. Una notte, mentre il parroco dormiva vennero poi rubati in canonica tutti i registri dei battezzati, dei defunti e dei matrimoni. Questo a riprova anche del fatto che in archivio parrocchiale, attualmente, i registri iniziano tutti dal 1662-63.
Nel 1672 il Vescovo Pisani compì un'altra visita pastorale, ad accoglierlo questa volta fu il nuovo parroco Tommaso Soardi, rettore di Vigo dal 1662. Sotto la sua cura si contavano 484 abitanti, in leggera ripresa dopo la catastrofe della peste. Il vescovo osservò che la chiesa era piccola e angusta e incitò gli abitanti ad un ampliamento del tempio.
Nel 1688, ad opera di don Giò Batta Chiotti, la chiesa fu ampliata ed alle spese contribuirono le elemosine dei fedeli e l'aiuto finanziario del Comune. Nello stesso periodo si provvide ad innalzare l'attuale, imponente campanile, iniziato nel 1669 e terminato nel 1700 (come dimostrano due lapidi poste una esternamente alla base dello stesso e una al suo interno).
Il precedente campanile, addossato alla chiesa, a tramontana, venne abbattuto ma di lui resta ancora una piccola parte sul fianco della parete esterna la chiesa.
Nel 1694, in una visita del Vescovo Pietro Leone, venne ordinato al parroco di togliere l'immagine del risorto da sopra il tabernacolo e di mettere la croce, venne poi esortato a costruire un cancelletto di legno all' entrata del battistero per non far entrare i cani nel fonte battesimale.
Durante la visita del Vescovo Francesco Trevigiani, verso i primi del 700, si osservò un incremento della popolazione a 724 abitanti.
La chiesa presentava un altare maggiore in pietra, un altare di Sant'Antonio da Padova in marmo e cotto, un altare dell'Immacolata Concezione, un altare di Santa Agnese e un altare del suffragio. Quest'ultimo altare, presente in molte chiese, e che poteva avere una statua o un dipinto del Cristo morto, serviva per le celebrazioni delle messe dei defunti e per le anime del Purgatorio.

L’8 settembre del 1719, durante la celebrazione della Santa Messa, accadde un fatto tremendo: una vera e propria sparatoria in chiesa con l'uccisione di una persona. Ecco la descrizione dei fatti da parte di un testimone oculare fatta al giudice Inquisitore che indagava sull' accaduto:

“Nella chiesa di Vigo la mattina del1'8 decorso settembre, Festività della Beata Vergine in tempo da quel parroco celebravasi la Santa Messa, da ministri (le guardie) dell'Eccellentissimo Signor Inquisitor in Terra Ferma Capello, è stato interfetto (ucciso) Massimo Zardin contumace della di Lui giustizia per la delinquenza di famoso contrabbandiere. Sono venuto a rilevare che li ministri suddetti, introdotti al numero di sette in otto in chiesa nell' hora appunto della Messa e distribuiti dentro all'ingresso, solito luoco ove metteasi il Zardin, si portarono in agguato per eseguire il di lui arresto. Entrato in chiesa il contumace, ed essendo costume dell'Arciprete far al popolo circa la metà della messa un breve discorso, si pose quegli a sedere. Alcuni de ministri che le stavan dietro le spalle colta una tal opportunità lo afferrarono, ma non aggiustamente posiachè scossosi con gagliardissima forza le riuscì a sfoderar la sciabola e con fendenti tentar validamente lo scampo.
O questo temuto dai sbirri o pure l'animo in loro di qualche disastro le fecero contro due spari uno di pistola e l'altro d'archibugio, quali per esser andati falliti le fu replicato da uno dei ministri medesimi il terzo colpo di pistola, da cui restò trafitto con spavento di quelle genti e nell'ultime sue agonie lo trascinarono fuori di chiesa e riposto sopra di un carro l'hanno condotto avanti la giustizia dell'Eccellentissimo Signor Inquisitor.
Imploro con la più profonda sottomissione dell'autorità inchinata di vostra Eccellenza il clemente perdono di non haver allora rassegnato, com'era mio dovere quest' ... ragione che umilio in puntuale obbedienza ai venerati precetti delle Eccellenze vostre ossequiati nelle Ducali 5 stante ed alloro Eccellentissimo tribunale mi prostro.
Grel..
Legnago 7 ottobre 1719”

Il fatto fece molto scalpore in tutto il legnaghese ma ben presto il tutto venne dimenticato dalla gente.
Nella visita pastorale del Vescovo Giovanni Bragadino, nel 1740, la chiesa venne descritta come nella visita pastorale precedente, venne in più fatto notare che il nuovo rettore della chiesa era don Antonio Cannetti e che gli abitanti ammontavano a circa 854, dei quali 593 da comunione.
La pala di San Martino, posta sull' altare maggiore era stata restaurata. Anche i vescovi Giovanni Bragadino e Morosini, nelle loro visite pastorali denotarono che la chiesa era ben tenuta e possedeva molti arredi sacri e preziosi.
Tra le curiosità di questo periodo è degno di nota il secondo matrimonio avvenuto nella chiesa di Vigo tra Antonio Salieri padre e Anna Maria Sacchi ( la prima moglie Elisabetta Bonanomi era morta nel 1740).
Da questa seconda moglie il Salieri avrà cinque figli tra cui il celebre musicista e compositore legnaghese Antonio Salieri .
Il 21 giugno 1809, su richiesta del parroco don Gaetano Florio, il vescovo di Verona, Innocenzo Liruti, concesse alla parrocchia di Vigo il riconoscimento della festa in onore di San Luigi Gonzaga da tenersi nella seconda Domenica di Ottobre di ogni anno, "per accrescere la devozione al santo introdotta ab immemorabili". Per celebrare degnamente questa festa venne comperata una grande statua lignea del santo ancora esposta durante il periodo della sagra.
In questo periodo Vigo era sotto la dominazione francese, come del resto tutto il territorio veronese; a causa di alcune leggi su una nuova serie di imposte iniziarono molte rivolte in tutto il Veneto. Nel vicino Comune di Villabartolomea molti contadini esasperati presero d'assalto il comune bruciando gli archivi con le divise della guardia nazionale. Proprio a Vigo le Guardie francesi trovarono questi e in un terribile scontro a fuoco per le strade del paese molti vennero presi e fatti prigionieri. Venne ripristinato anche l'uso di segnare con un marchio a fuoco i colpevoli e tra questi vi fu anche un certo Destro da Vigo. Il malcontento verso i francesi era forte soprattutto per quanto riguardava la politica anticlericale; vennero aboliti tutti gli ordini ecclesiastici di Legnago e tutti i movimenti religiosi, compresi quelli che da anni erano sorti a Vigo. Restò soltanto la compagnia del Santissimo, così come in tutte le altre parrocchie, alla quale si iscrissero i membri delle altre compagnie per continuare a svolgere segretamente le loro attività.
Lapide di Don Domenico Scapini Nel 1812 divenne parroco di Vigo don Domenico Scapini, nato a Casaleone nel 1778, ricordato da una lapide posta in sacrestia per aver guidato 1a parrocchia per 35 anni con bontà e intelligenza.
Nel 1816, anno della creazione del comune di Vigo (1816-1818), don Scapini riceve la visita del vescovo Liruri. Ecco cosa viene scritto testualmente nel libro delle visite pastorali:

Vigo - Sono beni della Corona, così detti e furono della scuola di San Rocco di Venezia; li amministra il signor ... di Legnago. Qui pure si vive in parte di pesca e caccia in valle. Chiesa di tre altari, priva di soffitto. Sagrestia provvista; cresime in una volta 400 e più; altre 100 incirca; dottrina buona e copiosa.

(la maggior parte delle campagne vighesi, soprattutto quelle vicino alla zona Marchesa erano della scuola di San Rocco, una specie di Società Veneziana che a quel tempo aveva molti possedimenti nel Veronese.
Poi, quando gli austriaci occuparono Venezia confiscarono a tutte queste scuole i vari possedimenti. Per questo motivo viene detto che adesso questi campi sono in possesso della Corona, cioè dell'Impero Austro-Ungarico. Si parla poi che la popolazione vive di caccia e pesca della Valle. Questa infatti, zona paludosa, ricchissima di pesce, uccelli e mammiferi, contribuiva a sfamare i paesi di Vigo, Vangadizza e San Pietro. Non viene mai parlato infatti di carestie in questi paesi, a differenza di quelli situati più a nord di Legnago.
Soltanto dopo la bonifica della Valle e della privatizzazione delle terre da parte dei grandi proprietari terrieri, i tre paesi iniziarono un lungo e brutto periodo di fame e miseria.)
Nel 1824 venne istituita la funzione annuale delle sante quarantore e nel 1833 la celebrazione della via Crucis. Oltre al parroco don Scapini vivevano a Vigo il curato Gatti Davide di Boschi Sant'Anna e il confessore Ambrosi Giovanni di Verona.

Nel 1834 il Vescovo Grasser compì la sua prima visita pastorale a Vigo.
In questa occasione vennero cresimati 4 adolescenti e benedette, davanti al duomo legnaghese 4 nuove campane per il campanile di Vigo. Le campane vennero chiamate rispettivamente: S. Martino, S. Sebastiano, S. Rocco, S. Domenico. Ecco una parte della visita pastorale:

… 1084 anime, 779 da comunione, 40 giovani ammessi alla prima comunione in questo giorno. Non ci furono parti illegittimi ne matrimoni separati ... nei giorni festivi nel tempo delle funzioni parrocchiali si tengono chiuse le botteghe ma non così le osterie a cagione che queste vengono frequentate dai soldati della vicina fortezza di Legnago ... ogni domenica è festa di precetto e dopo il pranzo si fa la cristiana dottrina. Non esiste la scuota elementare poiché è difficile il poter trovare maestro che sia patentato ... esiste l'obbligo di due messe cantate nei giorni di San Antonio Abate e San Antonio da Padova ... (la chiesa) ha un polo pubblico oratorio contiguo al campanile dedicato al crocefisso ... due abiti per l'immagine della Beata Vergine del Rosario e tre per quella della Concezione.
Un organo ... due corone d'argento e una di rame per l'Immacolata.

Dieci anni dopo, nel corso della visita pastorale, il vescovo Pietro Aurelio Mutti, riscontrando che gli abitanti del paese avevano raggiunto la cifra di 1075, invitò parroco e fedeli ad ampliare la chiesa ormai insufficiente , in cattive condizioni. La chiesa aveva tre altari, uno di San Martino uno dell'Immacolata Concezione e uno della Madonna del Rosario. In fianco alla chiesa si trovava un oratorio e veniva evidenziata la presenza della confraternita del Santissimo che contava 70 iscritti.
Don Scapini accolse l'invito del vescovo per l'ampliamento della chiesa e si mise all'opera, ma la morte, avvenuta il 27 giugno del 1847, all'età di 69 anni, troncò il suo generoso impulso.

Nel 1848 successe don Eugenio Ferrarini ed iniziò subito i lavori di ampliamento ma questi si protrassero per molti anni, sia per gli sconvolgimenti storici causati dalle guerre d'indipendenza, sia per la brevità del suo ministero.
Durante il suo ministero, dal l agosto al 17 settembre 1849, scoppiò un focolaio di colera che provocò 10 morti. Le condizioni igieniche del paese erano pessime e la maggior parte dei vighesi viveva con un reddito bassissimo. Don Eugenio cercò di portare conforto e solidarietà alla sua parrocchia ma dopo soli cinque anni di permanenza a Vigo morì. Sebbene la sua missione nel piccolo paese fu breve non venne mai dimenticato dai suoi parrocchiani, che posero nella sacrestia una lapide in suo onore.

Il 2 febbraio 1854, proveniente dalla parrocchia di Ca degli Oppi, dove era parroco, fece il suo ingesso a Vigo don Pietro Carli che riprese subito i lavori della chiesa e li portò a termine nel 1857.
La chiesa fu notevolmente prolungata nella parte verso il sagrato, furono rifatti la facciata e l'interno in leggiadro stile neoclassico, fu innalzato il tetto, fu allargato il presbiterio e furono erette le due cappelle laterali. Don Carli chiese ed ottenne inoltre che la celebrazione del Santo Patrono della chiesa, San Martino, potesse essere celebrata la Domenica dopo 1'11 novembre, quando questa non cadeva proprio sulla festività del Santo. Questo, come scrive lo stesso parroco, per dare la possibilità a tutti di poter venire alla messa, anche a quelli che lavoravano nei campi.
L’111uglio dello stesso anno don Carli si recò a Ferrara dove vi era in visita pastorale Papa Pio IX.
Qui, dopo aver baciato il piede a sua Santità, lo supplicò di concedere l'indulgenza plenaria per un anno all'altare dell'Immacolata Concezione della sua chiesa.
Il 29 luglio dello stesso mese, con una lettera autografata dallo stesso pontefice, venne concessa l'indulgenza per 300 giorni di quell'altare che ospitava una bellissima statua dell'Immacolata, ancora presente nella nostra chiesa ma non più utilizzata in quanto bisognosa di restauro.
Dopo pochi anni da questo straordinario avvenimento furono costruiti i tre altari di marmo ancora esistenti.
L’ampliamento della chiesa fu provvidenziale per la comunità dei fedeli che continuavano a crescere di numero, ma purtroppo la situazione economica e igienica erano veramente preoccupanti.
In tutta la zona iniziò a fiorire il fenomeno del brigantaggio e delle ruberie tanto che la notte del 5 maggio 1855 la stessa chiesa venne saccheggiata da alcuni ladri; nel referto fatto dalla fabbriceria di Vigo risultarono essere stati portati via:

... dei lampadini d'argento a tre catene in anellini posti innanzi all'altare maggiore, due tendine rosse a damasco poste alle portelle tra l'altare maggiore e il coro, una pianeta violacea, tre camici di lino, una tovaglia d'altare, tutte le candele, una arcata rossa (ossia un fregio rosso che serve all'arco dell'altare) un veste talare, due camici, due asciugamani di lino... .

Nel giugno dello stesso anno scoppiò il colera e il morbo seminò stragi in tutte le famiglie. I morti a Vigo, tra giugno e agosto, furono circa una cinquantina e venivano portati al cimitero su carretti, di notte e senza funerale in chiesa. Il cimitero era quello di Legnago; si dovrà aspettare il 1871 quando le due parrocchie di Vigo e Vangadizza comprarono, a metà strada dai due paesi un pezzo di terra, di proprietà di Donnini da Vangadizza, per adibirlo a Camposanto.
Negli anni successivi vi fu un rapido incremento della popolazione e nel 1866, quando gli austriaci se ne andarono, i vighesi ascendevano a 1280. Il 18 settembre del 1882 alle ore 3,30 l'Adige, cresciuto in modo pauroso a causa delle innumerevoli piogge, ruppe circa 300 metri di argine nei pressi di Legnago e si riversò su tutti i territori legnaghesi. A Vigo, situato in una zona un po' più alta, l'acqua arrivò solo a sera e perciò non furono necessarie grandi opere di salvataggio. Nei mesi successivi la giunta comunale nominò una commissione, tra i quali don Pietro Carli, per distribuire i sussidi alla popolazione di Vigo. Dopo questo tragico avvenimento, che vide però Vigo solo colpito in parte, venne costruito un capitello, in onore della Madonna, sull'Argine a protezione del piccolo e indifeso paese (la tradizione vuole che la statua sia arrivata via fiume e trovata sulla riva da alcuni abitanti del posto). Nell'agosto del 1886 scoppiò ancora il colera che durerà fino a settembre dello stesso anno causando 25 morti.
La comunità, ormai disperata, fece voto a San Rocco e una volta terminata l'epidemia, in ringraziamento al Santo, iniziò a celebrare con processioni e novene la festività del 16 agosto; celebrazioni che si portarono avanti fino a qualche decennio fa, con la messa solenne e poi l'uscita in processione con la statua del Santo per la via principale del paese. Si andava al capitello del Casermon e poi si tornava indietro fino ad arrivare al capitello di San Rocco, fatto erigere nella prima metà del 1600 in protezione dalla peste. Molte volte la processione era accompagnata anche dalla banda musicale e dalle autorità politiche del Comune di Legnago.
Poi il voto a poco a poco venne dimenticato e non fu più fatto .
Don Pietro Carli sostenne sempre i sofferenti del suo paese nei mesi delle epidemie coleriche, durante le violenti agitazioni operaie e contadine e durante gli anni della formazione dell'esercito piemontese e garibaldino per l'unità d'Italia dove molti giovani vighesi erano partiti per il fronte. Assieme a mons. Davide De Massari, parroco illustre di Legnago, fondò una cooperativa di braccianti e diede vita ad una banda musicale per i giovani. Morì l'8 novembre del 1896 dopo venti giorni di penosa malattia a quarantadue anni di servizio a Vigo e all'età di ottantuno anni.

L’amore per la sua parrocchia, alla quale aveva dato tutto, soprattutto nei momenti più difficili, fu così grande che volle essere seppellito nell'attuale cimitero del paese. Sulla sua lapide, ormai rovinata dal tempo, si può ancora leggere l'iscrizione: Pregate per il vostro parroco.
A ricordo del suo ministero vi è anche una lapide nella sacrestia.

Don Tomaso Micheletto

Il 9 novembre 1896 successe come parroco don Tomaso Micheletto già curato e cooperatore a Vigo dal 1888, anno anche del suo ordinamento, al fianco di don Pietro Carli. Fedele alla sua vocazione non ebbe di mira se non l'onore di Dio e il bene delle anime; per questo disprezzò gli onori mondani e rifiutò importanti cariche più volte offertigli dai suoi superiori. Visse una vita ritirata, nella povertà, nella preghiera, nella meditazione. Al di fuori e al di sopra di ogni partito considerava tutti i suoi parrocchiani come figli suoi da condurre al cielo e questa sua condotta gli acquistò l'ammirazione di tutti. Nel suo aspetto severo, dignitoso, egli impersonificava l'autorità ed era obbedito da tutti i suoi figli che sotto le ruvidi apparenze ben sapevano quale tenero e amoroso cuore albergasse. Ebbe sempre somma cura al sacro edificio al quale prestò amorevoli cure: restaurò la facciata della chiesa e nel 1906 affidò a Riccardo Piccoli di Verona l'elegante decorazione interna della chiesa a chiaroscuro e a finti stucchi che ancora si ammira tra le pareti erose dall'umidità.
Nel 1908 dotò la chiesa di un concerto di cinque campane (le attuali, ma ora solo quattro funzionanti) di cui la più grossa pesava la bellezza di 12 quintali; arrivate con un treno speciale dalla stazione di Legnago vennero accolte da tutta la popolazione con una grandissima testa. Gli abitanti corsero alla stazione e con dei carri, addobbati con fiori e trainati da buoi, portarono le campane sul piazzale della chiesa. Lì furono benedette da don Micheletto e issate sopra il campanile. Vennero quindi suonate dai campanari e mai, prima di allora, vi era stato nel comune di Legnago un' armonia di campane così dolce.
La necessità di avere le campane a Vigo (da tempo le campane fatte issare da don Scapini erano ferme e piene di crepe) era divenuta così famosa che don Cecco, parroco-poeta di Terranegra, scrisse addirittura una poesia ricordata per lunghi anni in tutta la bassa veronese.
Don Micheletto compì altre opere di grande prestigio per la parrocchia: nel 1912 ampliò la sacrestia, comprò il baldacchino per le processioni (attualmente usato) e tanti altri paramenti. Donò alla sua parrocchia la bellissima statua di Maria Bambina che gli era stata data dalle Suore di Maria Bambina della casa di riposo di Legnago che sapevano che il parroco nutriva una tenera devozione alla Madonna.

Da ricordare vi è l'acquisto dell'apparato delle sante quarantore, un'imponente struttura che veniva innalzata sopra l'altare maggiore, con centinaia di candele, e finti tralci di vite e uva dorati e che, con il drappeggio che veniva posto fin sopra le volte, creava un'immagine mozzafiato. Purtroppo non vi è più traccia né dell'enorme apparato né dei drappeggi rossi e bianchi usati, forse furono venduti o rovinati con il passare del tempo.
Durante la prima guerra mondiale si prodigò in tutti i modi per lenire i dolori delle famiglie colpite dal flagello della guerra.
Nel 1917 partì al fronte come cappellano militare dei Bersaglieri lasciando la parrocchia in mano al curato e poi nel 1918 aiutò e sostenne la popolazione dal morbo della febbre "Spagnola", che in Italia fece più morti della stessa guerra.
Sempre durante la guerra, dopo la rotta di Caporetto, furono costruite trincee e piccoli ridotti sull'argine dell'Adige, alle Cortine e presso la contrada Marchesa.
La guerra finì e gli anni successivi furono di assestamento economico e politico; don Micheletto lottò in continuazione contro il diffondersi dell'anticlericalismo. Per merito suo rifiorisce la corale, la confraternita del Santissimo, delle Madri Cristiane, dell'Azione Cattolica. Attiguo alla chiesa fece costruire un salone ricreatorio, che divenne poi per tanto tempo la palestra per le rappresentazioni teatrali dei giovani del circolo cattolico "don Davide Albertario". Don Micheletto aveva anche progettato di installare l'organo, quando durante la sua ultima malattia nella notte del 9 agosto 1934, assistito da suo nipote don Tomaso, da un anno curato a Vigo, si spegneva piamente in Dio.
Una sua foto è tuttora esposta nella sacrestia.

Don Eugenio Franco

A succedergli nel 1934 arrivò, assieme alla mamma Adele, il papà Amedeo e la sorella Corina, don Eugenio Franco, valente predicatore e instancabile lavoratore che ebbe per la chiesa molte attenzioni: a lui toccò la sorte di veder installato l'organo "Ruffati" nel 1945, che costò alla parrocchia la somma di 38000 lire. La domenica del 26 agosto 1945 venne inaugurato con grande concerto sotto la direzione del prof. Emilio Bernardello, organista del duomo di Legnago. Così il prof. Bernardello scrive nel volantino del concerto:

"Ai cittadini di Vigo. Innanzi tutto, vive congratulazioni per l'opera organaria veramente pregevole eretta nella vostra chiesa per generoso concorso di tutti. Congratulazioni al vostro Arciprete e alla Ditta costruttrice.
Ed ora all'opera per il secondo concerto inaugurale. Per snellire il programma d'organo solo, ho chiamato attorno a me, due valorosi elementi che si esibiranno al vostro auditorio con gentile pensiero d'arte e con essi, i componenti della vostra scuola di canto, ai quali tutti spetta un vivo elogio per l'assiduità alle prove ed esecuzioni ad onore del servizio religioso. "

Don Franco fece inoltre rivestire la parte inferiore delle pareti del tempio, rovinate dall'umidità, con marmo veronese, collocò alle finestre delle artistiche vetrate istoriate raffiguranti i quattro evangelisti, nel 1937 fece rifondere la campana piccola del concerto in quanto presentava una crepa, acquistò una nuova Via Crucis, restaurò il teatro, decorò l'alzata dell'altar maggiore, installò un nuovo tabernacolo, demolì la cantoria e dotò la chiesa di splendidi paramenti.
Nel 1948 fece consacrare finalmente la chiesa, fino ad ora solo benedetta, ampliata e ben ornata, dal vescovo di Verona mons. Cardinale.

Uomo dinamico e aperto si trovava sempre a suo agio con i giovani per i quali acquistò, a nome della parrocchia, una colonia a Spiazzi di Monte Baldo. Curò con particolare impegno gli scout e li attrezzò di tende e del necessario per il campeggio estivo.
Durante il suo ministero scoppia la seconda guerra mondiale che getta nel lutto e nel dolore tante famiglie della parrocchia. Egli in questo periodo, oltre a vedere il piccolo paese danneggiato dai continui bombardamenti aerei degli alleati, visita spesso le famiglie portando coraggio e speranza a quelle madri che hanno un figlio al fronte.
Il paese accoglie poi, come del resto le altre frazioni, centinaia di sfollati legnaghesi che avevano perso la casa dai tremendi bombardamenti alleati. Arriva l'armistizio, i soldati tornano a casa, ma la guerra non è finita: i partigiani lottano contro le resistenze fasciste incoraggiate da reparti di SS tedesche. In questo periodo la chiesa e la canonica sono soggette a frequenti ispezioni da parte delle brigate nere e lo stesso parroco viene minacciato perché colpevole di nascondere partigiani e giovani vighesi che non volevano fare il servizio militare per la repubblica di Salò.
Continue rappresaglie si ebbero in questi mesi tra i tedeschi che occupavano la zona e i vighesi, soprattutto in località Belfiore.
La tensione nel piccolo paese era alta e sfociò la domenica del 1944 alla messa delle undici; mentre il parroco era rivolto verso l'altare per celebrare la messa, entrarono in chiesa le brigate nere, armate di mitra, per fare un rastrellamento.
La tensione era altissima, i fedeli impauriti e disorientati. Don Franco girandosi verso di loro, con voce tonante, gridò: " Fuori dalla chiesa, non si entra armati nella casa di Dio".
Dopo un breve silenzio i brigatisti uscirono dal tempio con un po' di vergogna e il parroco continuò la santa messa sotto lo sguardo meravigliato di tutti i suoi fedeli.

Altro merito di don Franco fu la costruzione nel 1935 dell'asilo infantile; così scrive il maestro Alberto Bologna a ricordo dei sessant'anni della scuola materna:

LA SCUOLA MATERNA DI VIGO da "I SESSANT'ANNI DELLA SCUOLA MATERNA" di Alberto Bologna

"Tra i più vivi ricordi della mia infanzia, c'è quello di una calda e luminosa domenica della tarda primavera dell'anno1935, quando, dopo la messa, il parroco di allora, don Eugenio Franco, invitò mio padre ed io, a visitare l'edificio dell'asilo infantile in quel tempo in costruzione.
Il fabbricato, ancora circondato dalle impalcature, era in via di ultimazione, giacchè stavano terminando di dare gli intonaci alle stanze interne del piano superiore. Ricordo di aver avuto un po' di timore nel salire sulle assi oscillanti delle impalcature, ma poi, visto che il papà e il parroco camminavano agevolmente su di esse, mi rassicurai e partecipai con una certa curiosità alla visita dei vari locali. Don Franco descriveva con dovizia di particolari la costruzione e dall'enfasi e dal tono di voce capivo che era entusiasta ed anche orgoglioso del lavoro compiuto. Al termine del percorso, al momento di accomiatarci, il parroco, rivolgendosi a me, mi chiese: “Quando sarà finito, verrai all'asilo?”, ma io, ignorando che cosa fosse un asilo, esitai a rispondere.
Mi venne in soccorso il papà con lo spiegarmi che esso era una scuola dove avrei potuto incontrare tanti amici ed imparare molte cose interessanti e solo allora manifestai un timido cenno di assenso.
Nell'autunno avanzato dello stesso anno, se la memoria mi sorregge, il nuovo
asilo fu aperto ed io fui tra i primi ad andarci indossando il grembiulino di cotone a piccoli quadretti azzurri e bianchi e portando la sportina (non il cestino) con la bavaglia, la merenda e qualcosa (due fette di salame, un pezzo di formaggio o altro) da mangiare dopo la minestra. L'edificio, molto più piccolo di quello attuale, si presentava molto bene, colorato in ocra all'esterno e in tenui tinte pastello alle pareti interne. Sulla facciata, che dava sul grande cortile e sulla strada, compariva una scritta a lettere cubitali: ASILO INFANTILE, seguita da un'altra di identiche dimensioni: SCUOLA DI LAVORO,
Il salone, ora adibito a refettorio, una volta era la sala più grande dell'asilo e serviva come aula scolastica e come refettorio. Era affollato da piccoli banchi in legno biposto con il piano d'appoggio inclinato e ribaltabile e dei seggiolini singoli dotati di schienale ricurvo. Al mattino c'era la scuola dove si pregava, si cantava, si recitava, si ascoltava la suora che narrava passi del Vangelo o della Bibbia. Poi su quadernetti a quadretti si disegnava, si colorava, si tracciavano pagine e pagine di aste per imparare ad usare la matita. Quindi nella tarda mattinata, se la stagione e il tempo lo consentivano, si usciva nel cortile davanti all'asilo a giocare. La vasta area ora in fianco alla chiesa era in parte occupata dal cortile, racchiuso verso la strada e in prosecuzione della facciata della parrocchiale da un muretto con un'alta e robusta cancellata in ferro, che in tempo di guerra requisirono per necessità belliche, come fecero per tante altre cancellate e ringhiere ...
Le suore distribuivano la minestra in scodelle di alluminio e si adoperavano cucchiai di ottone. Rammento ancora, con un velo di nostalgia, il profumo inconfondibile della minestra delle suore, dal gusto e dal sapore che piacevano tanto a noi bambini e che restano nella mente per tutta una vita.
Dopo il pranzo, si giocava ancora un po', poi, nei mesi da marzo a ottobre, si andava a riposare. Si dormiva seduti sui banchi, con la testa e le braccia appoggiate su un cuscino portato da casa, mentre la suora dall'alto della cattedra vegliava che tutti si addormentassero. Le grandi finestre del salone venivano schermate  da pesanti tende marrone ...
Dopo una mezz'oretta si andava tutti a casa. C'era anche sul piano superiore, la scuola di lavoro frequentata da ragazze, che dopo aver terminato la scuola elementare desideravano imparare a cucinare e a ricamare sotto la guida di una suora esperta in questi lavori donneschi. Erano numerose te ragazze frequentanti la scuola di lavoro, specialmente durante la stagione invernale, quando languivano i lavori dei campi, allora quasi unica occupazione per le donne, anche per quelle in giovane età. Durante la ricreazione pomeridiana, le ragazze scendevano in cortile insieme con i bambini dell'asilo e spesso giocavano insieme: il grande spiazzo, così affollato, si riempiva di grida, di richiami, di canti e di risa da sembrare una gran festa!

Quando il tempo o la stagione non permettevano di uscire nel cortile, si andava nel salone del teatro, sgombrato dalle seggiole, ammonticchiate in un angolo. Qui, per non sollevare troppa polvere dal pavimento in cemento rosso, bisognava fare giochi tranquilli ...
éil salone della scuola era occupato dalla pesca di beneficenza, il cui ricavato doveva servire per il mantenimento dell'asilo. E le suore? In tutti questi anni sono state molte a svolgere la loro benefica attività a favore dei bambini, dei ragazzi e della comunità di Vigo, ma fin dall'inizio tutte appartenenti alle Piccole Figlie di San Giuseppe. Allora indossavano un'ampia veste nera lunga fino a terra tanto che si vedevano a malapena le punte delle scarpe; portavano un colletto di tela bianca inamidata tanto grande da coprire le spalle e buona parte del petto; in testa avevano una cuffia di tela pure bianca e inamidata di cui si vedeva solo l'orlo sporgente da un lungo e ampio velo della stessa stoffa del vestito, velo che copriva le spalle e giungeva a mezza vita ...

Don Franco fu sempre orgoglioso della costruzione dell'asilo infantile e della scuola di lavoro. Grazie a questo i ragazzi potevano crescere con un insegnamento cristiano fin dalla giovane età e soprattutto, con l'arrivo delle suore, si era creata a Vigo una famiglia con cui poter confidarsi e da cui ricevere una parola dolce in qualsiasi momento.

Nel 1951 il paese e il parroco aiutarono gli sfollati dopo la grande alluvione che colpì il Polesine. Le scuole elementari vennero chiuse per accogliere le famiglie ed il parroco sostenne con la fede e la preghiera le persone che avevano perso ormai ogni cosa, anche i propri cari.
Passarono gli anni e il paese sembrava ormai essere tornato alla normalità, nel 1953, a cento anni dalla morte di Pier Domenico Frattini, martire di Belfiore, don Franco contribuì alla pubblicazione del confortatorio di Monsignor Martini. Don Franco era contento dei suoi parrocchiani e sempre era pronto alle esigenze e all'assistenza alle famiglie di Vigo ma nel 1956 venne chiamato dai suoi superiori a reggere la ben più grande parrocchia di Quinzano. Dopo la sua morte, in suo ricordo venne posta una foto nella sacrestia.

Don Attilio Gobbetti

Al suo posto, l’8 dicembre 1956, divenne parroco don Attilio Gobbetti.
La sua ricchezza fu l'amore per i fratelli, per i giovani, che ovunque cercava per un dialogo sereno e costruttivo, per i più bisognosi e per gli ammalati che sempre visitava. Don Attilio proveniva da un passato di malattia e sofferenza. Durante la sua giovinezza, non ancora parroco andò ad assistere i lavoratori nelle miniere in Sardegna. In quel luogo tremendo si ammalò ai polmoni e tornò a Verona più morto che vivo. Dopo la sua ripresa presso un istituto di suore e divenuto parroco, il vescovo lo scelse come curato a Villabartolomea. La gente di Vigo lo ricorda ancora quando passava per il paese per andare a Villa con la sua bicicletta da corsa e lo chiamava scherzosamente" don Bartali". Nel 1956 divenne parroco a Vigo dove subito iniziò pienamente il suo ministero compiendo opere importanti; fece allargare l'edificio della scuola materna per comprendervi anche le aule per il catechismo, ricostruì il teatro adibendolo a cinema, installò in chiesa l'impianto di riscaldamento e di amplificazione.

Nel 1965 fece demolire le recinzioni esistenti sul lato sinistro della chiesa creando un ampio piazzale che fu poi asfaltato e illuminato dall'amministrazione comunale.
Nel maggio del 1977, a causa dell'umidità che aveva corroso gli intonaci della parre bassa dell'edificio e delle volte del soffitto che ormai presentavano crepe, con l'aiuto della mano d'opera degli abitanti di Vigo, vennero sistemate le pitture sui muri, tutti gli ornati in bianco e nero e gli stucchi alle colonne; venne restaurato, in seguito, il tetto della chiesa, risistemato il campanile ormai vecchio e pericolante e l'intero sistema campanario.
Sul campanile venne poi posto un nuovo orologio. Per la sistemazione delle campane don Attilio scrisse nel bollettino natalizio:

"Carissimi parrocchiani, il nostro paese vanta non solo di una bella chiesa, ma anche di un campanile di stile piacevole, dotato di un concerto di cinque campane alquanto pregiate per qualità di suono e di potenza.
Il loro valore è assai rilevante e sono frutto e testimonianza della generosità e dei sacrifici dei nostri padri; furono fuse, benedette e installate nel 1907.
Il loro suono è per tutti un richiamo a Dio e un invito a frequentare la chiesa; solennizza le nostre feste, i Matrimoni, i Battesimi, accompagna i nostri morti ed eleva persino una voce implorante nel pericolo di tempesta. Dopo 70 anni di ininterrotto servizio, esse abbisognano di urgenti e necessarie riparazioni ...
Il parroco, fiducioso nel generoso concorso di tutti, ringrazia sentitamente per questo dono natalizio per la nostra chiesa ... "

Don Attilio fin dai tempi del seminario fu sempre amante della musica e del canto; sebbene la chiesa non vivesse un periodo economico fiorente, affidò alla ditta Zarantonello il restauro dell'organo Ruffati, tuttora funzionante, assieme all' organista Zanetti Ennio di Vangadizza fondò una scuola di canto e una corale che dirigeva lui stesso e che anche oggi, grazie al suo insegnamento, allieta le celebrazioni liturgiche.
Le spese furono tante e così don Attilio, oltre a rivolgersi ai parrocchiani, all'amministrazione comunale e alla Curia vescovile chiese un contributo al Governo italiano, con lettere a ministri e senatori, e ricevendo poi anche una modica somma. Ebbe l'intenzione di far restaurare le due tele di San Martino e dell'Assunta, quest'ultima gravemente danneggiata, ma le pratiche furono lunghe e purtroppo non vedrà mai compiuta l'impresa.
Pochi mesi prima della sua morte decise di far dorare tutte le patene e i calici sacri usati per la santa messa, ormai brutti e rovinati.
Mancavano però i soldi e don Attilio senza perdersi d'animo chiese aiuto ai suoi parrocchiani.
Molti portarono bracciali, collane e anelli che vennero poi fusi e usati per la doratura. Con questo don Attilio compì la sua ultima opera a Vigo e dopo 29 anni di permanenza, gravemente ammalato ai polmoni, che mai erano guariti dall'esperienza della miniera, il 30 luglio 1985, si spense nell'ospedale di Legnago. L’ultimo a vederlo fu Ennio, l'organista, che andava spesso a trovarlo e a portargli vestiti puliti. Appena saputo della sua morte corse ad avvertire Suor Giuliarosa, la superiora, e il sacrista Bruno. Le campane suonarono a morto e l'intero paese, che sapeva le condizioni precarie del suo parroco si strinse subito in un commosso cordoglio.
Don Attilio Gobbetti, caro a Dio e amato da tutti resta tuttora nelle menti e nel cuore di chi lo ha conosciuto; un uomo umile e generoso, un prete che ha dedicato i migliori anni della sua vita per il bene della parrocchia, che ha dato corpo e anima per compiere fino in fondo il suo ministero, tanto da usare anche la pensione del padre per sistemare la situazione economica della chiesa. Disponibile in tutto per i suoi parrocchiani i quali, alle volte, vedendolo sofferente in volto gli raccomandavano di riposarsi. Lui rispondeva che stava bene e non aveva tempo da perdere per il riposo, sebbene il suo corpo fosse ormai allo stremo.

Così lo ricordò il Vescovo Amari durante il suo funerale, dove la gente, venuta da tutto il vicariato legnaghese, era così numerosa da riempire tutta la chiesa e parte del piazzale antistante.
Mai la chiesa di Vigo aveva visto così tante persone:

... Ecco L'eredità più preziosa che questo pastore lascia alla comunità di Vigo. Raccoglietela, cari fedeli e fate tesoro del suo testamento.
Ricordate come vi attendeva tutti la domenica, misurando con il cuore gli spazi vuoti? La Messa domenicale era tutto per lui e la preparava e la voleva partecipata con il canto, che lui stesso amava insegnare e dirigere.
Parlano di Lui le pietre; parlano le pietre vive di questa comunità, che siete voi, amici, fratelli, figlioli di Vigo. L'amore alla sua parrocchia: questo più di ogni altro mi sembra il tratto che delinea la sua presenza in mezzo a voi.
Usando un'espressione di don Mazzolari, di lui si può dire: "dopo la Messa il suo più grande amore fu la parrocchia". Don Attilio e la sua parrocchia! Ognuno di voi può testimoniare quanto ha amato questa comunità. Per essa si è dato senza risparmio, oltre le forze umanamente possibili.
Mai un giorno di riposo, se non costretto dalla salute minacciata dall'asma.
Non si allontanava dalla parrocchia se non per stretta necessità, e il suo ritorno allora era sempre atteso come quando si ritorna in famiglia.
E in questa famiglia, in questa parrocchia, profuse tutto il suo amore ...

Pochi giorni dopo il suo funerale, una commissione di parrocchiani scrisse una lettera a tutti gli abitanti del paese:

"Cari parrocchiani, la partecipazione ai funerali del nostro parroco don Attilio è stata una imponente espressione d'affetto. Le offerte, raccolte alle porte della chiesa, durante il suo funerale, e che saranno destinate, unicamente, alle opere parrocchiali, hanno visto la partecipazione corale, non solo degli abitanti del paese, ma anche di amici di altre parrocchie che, come noi, hanno voluto rispettare il desiderio di don Attilio di non avere fiori e di ciò tutti siano ringraziati. Poiché don Attilio, in vita, ha dato tutto per la parrocchia di Vigo, senza chiedere nulla per sé, è bene che in questa occasione, la nostra famiglia parrocchiale dia un segno di riconoscenza al suo parroco."
Dopo questa lettera l'intero paese di Vigo si fece carico delle spese funerarie e all'apposizione di una lapide nella chiesetta del cimitero del paese. Il resto delle offerte venne usato dal suo successore per risistemare la chiesa. Una foto venne posta nella sacrestia, accanto a quelle degli altri suoi predecessori. Sempre una sua foto è tuttora esposta, assieme ad una lettera scritta all'ospedale poco prima di morire, dietro all'altare, in fianco all'organo dove spesso andava per dirigere il suo amato coro.

Don Carlo Cristiani

Nell'ottobre del 1985, qualche mese dopo la morte di don Attilio arrivò ad amministrare la parrocchia don Carlo Cristani che, seguendo le orme di don Attilio, continuò a portare avanti le sue iniziative pastorali e contemporaneamente si mise subito all'opera compiendo lavori importanti per la chiesa: dopo gli interventi alla sacrestia e all'impianto di riscaldamento compì un grande restauro alle due tele della Madonna del Rosario e di San Martino, già nell'intenzione di don Attilio: nel 1989 risistemò tutte le vetrate a mezzaluna della chiesa, cambiò l'orologio del campanile e dotò le campane di un nuovo impianto elettrico. Ma la sua più grande opera fu la totale ricostruzione del teatro parrocchiale oggi vanto e orgoglio della parrocchia. Con la costruzione del teatro rinasce a Vigo la passione per la commedia teatrale e viene a crearsi un gruppo teatrale ammirato e applaudito tutt'oggi nel basso veronese. Grazie al teatro si possono fare conferenze, feste, incontri interparrocchiali e moltissime altre attività che ormai Vigo aveva dimenticato.

Amante della montagna, don Carlo portava ogni anno i ragazzi al campo-scuola, tradizione che a Vigo non si era mai persa dai tempi di don Franco e ogni inizio estate, insieme ad un gruppo di giovani e adolescenti, proponeva il Grest a tutti i ragazzi della comunità.

Don Carlo è sempre stato una persona calma e con un grande spirito religioso, ogni cosa fatta è sempre stata compiuta con umiltà e discrezione, attento a capire più che a giudicare, lasciando spazio e concedendo fiducia a quanti vollero collaborare con lui per il bene della parrocchia e di una comunità di cui si è sentito padre e pastore: ogni anno passava per tutte le famiglie del paese per la consueta benedizione delle case, andava a trovare gli anziani nelle proprie case o alla casa di riposo e non mancava mai una visita agli ammalati in ospedale. Durante il ministero di don Carlo accadono due fatti importanti e difficili da dimenticare riguardanti le suore del paese. Dopo una brutta malattia muore suor Giuliarosa, la superiora che da anni svolgeva con amore il servizio all'asilo parrocchiale.

Suor Superiora Giuliarosa

Suor Giuliarosa era una persona buona e dolce, aveva sempre un sorriso per tutti, anche quando era ammalata e a fatica riusciva a partecipare alla santa messa: con i bambini dell'asilo, che erano la sua vita, con i ragazzi, i giovani e con la gente che spesso andava a trovarla per cercare un consiglio materno.

Nel 1997 le suore, come in quasi tutti i paesi della zona, vengono richiamare dal loro servizio per mancanza di vocazioni.

A nulla servirono le proteste dei parrocchiani e così, dopo più di mezzo secolo di presenza nel nostro paese le suore partirono da Vigo.
Il 15 giugno del 1997, giorno della messa di congedo a Vigo, il maestro Alberto Bologna scrisse nel retro del bollettino parrocchiale:

“…ora, dopo più di sessant'anni, le suore lasciano la scuola materna, abbandonano Vigo, non certo per loro, ne per nostra volontà. Per prima cosa dobbiamo esprimere riconoscenza profonda alle suore presenti e a tutte le altre che servirono Cristo in mezzo alla comunità di Vigo, comprese pure coloro che hanno già ricevuto dal Signore il premio delle loro buone opere.
Ringraziamo altresì Iddio per averci concesso, per tanti anni, la presenza di queste religiose, presenza discreta, ma importante, da cui parecchi di noi hanno tratto innegabili benefici quando, nella nostra fanciullezza, abbiamo frequentato le aule e giocato nei cortili della scuola materna ...
Mi raccomando a questo punto: noi, che abbiamo accolto a braccia aperte queste Spose di Cristo quando eravamo povera gente, ora che abbiamo tutto il necessario ed anche il superfluo, ma perdiamo persone così benefiche, possiamo dirci veramente ricchi? Ad ognuno la risposta nel proprio intimo.”

Dopo la partenza delle suore, due anni più tardi, nell' ottobre del 1999, anche don Carlo, uomo umile e servizievole viene chiamato dai suoi superiori ad amministrare le parrocchie di Bevilacqua e di Marega dove tuttora risiede. La parrocchia resterà sempre grata del suo servizio e dell'amore che egli ha dedicato per così tanto tempo.

Don Moreno Roncoletta

Il 31 ottobre del 1999 arriva al suo posto, dalla parrocchia di San Martino Buonalbergo, assieme alla mamma Anna e alla nonna Maria, don Moreno Roncoletta, parroco schietto e giovanile, amante della musica e del canto.
Sotto il suo ministero nascono a Vigo un coretto di ragazzi delle elementari e medie e il coro dei giovani e adolescenti "San Luigi".

Don Moreno si dedica soprattutto alla realtà giovanile, non solo della parrocchia, ma di tutto il territorio legnaghese diventando il responsabile della commissione giovani vicariale e compiendo iniziative religiose, di incontro e di festa per tutti i giovani della vicaria.
Grazie a don Moreno e alla collaborazione del Vicario di Legnago don Paolo Beltrame e al direttore della Domus Pacis don Stefano Grisi, la realtà giovanile di Legnago, riesce in qualche modo a sollevarsi dalla crisi. Anche don Moreno compì, come i suoi predecessori opere importanti e bisognose per la parrocchia di Vigo: sistemò la sala del ricreatorio, la canonica e la sacrestia, restaurò gli ambienti dell'asilo e delle aule del catechismo, dotò la parrocchia di nuovi e preziosi paramenti sacri, fece restaurare alcune statue e crocifissi e, con l'aiuto dell' amministrazione comunale, sistemò gli impianti sportivi dietro la chiesa. Nel gennaio del 2003 iniziò il restauro della cappellina feriale, del tetto della chiesa e della facciata gravemente rovinati e pericolanti.

Anche don Moreno continuò il grest estivo dei ragazzi, i campi saf per gli adolescenti, i campi diocesani per i ragazzi. Partecipò assieme ad alcuni giovani della parrocchia ad una esperienza con la comunità di Taizè, in Francia, alle giornate mondiali della gioventù di Roma 2000 e Toronto 2002 e ad un periodo di servizio di assistenza presso l'istituto portatori di handicap di Sarmeola (Pd).

Un pregio che caratterizzò la sua persona era l'amore e la disponibilità per i più bisognosi; propose un sacco di iniziative a favore degli anziani, dei più poveri, delle missioni, dei disabili, delle varie associazioni umanitarie. Con don Moreno, grazie anche alla mamma Anna, sempre disponibile e instancabile, la canonica diventò un punto di ritrovo fondamentale e indispensabile per le esigenze della parrocchia. Ogni giorno suonavano alla sua porta decine di persone, in cerca di una parola di conforto, di qualche consiglio e a volte anche di richiamo.

Nell'autunno del 2003 vi è per il vicariato di Legnago un gran subbuglio di trasferimenti. Il Vescovo di Verona Padre Flavio Roberto Carraro, decise il trasferimento di don Moreno, dopo soli quattro anni dal suo mandato, al paese confinante di Villabartolomea. Non si comprese bene questa scelta ma tuttavia la comunità ebbe ancora la fortuna di avere un nuovo sacerdote. Alcune parrocchie Legnaghesi restarono infatti senza parroco e vi era il rischio che anche a Vigo toccasse la stessa sorte.

Il l novembre 2003, venne chiamato come sacerdote don Dario Ferro. Nel settembre del 2004, dopo soli dieci mesi, per problemi personali e familiari, su richiesta del parroco stesso venne deciso il suo trasferimento.

Don Giovanni Gennaro

Il 12 settembre del 2004 arrivò ad amministrare la parrocchia don Giovanni Gennaro, giovane curato di Casaleone.
La comunità, felice per l'arrivo di don Gianni, così chiamato da tutti, e della sua mamma Olga, nativa da Vigo stesso, spera che il nuovo e giovane sacerdote si trattenga a Vigo un po' più del suo ultimo predecessore, almeno per iniziare e portare avanti un cammino sano, sicuro e duraturo senza continui stravolgimenti e senza mai ripartire ogni volta da capo. La comunità è grata al nuovo parroco don Giovanni per l' entusiasmo avuto nel venire a professare il ministero sacerdotale proprio nella nostra parrocchia. Cercheremo tutti insieme di aiutarlo a svolgere questo difficile ma stupendo ministero che è il sacerdozio.

Con don Giovanni si cercherà poi di iniziare il cammino dell'unità pastorale tra le vicine parrocchie di Casette e Vangadizza. Si porteranno avanti programmi comuni, si farà qualcosa insieme era ragazzi, giovani e adulti pur non perdendo mai il ruolo centrale e indispensabile della propria parrocchia.

Ecco Vigo, con la sua storia e i suoi sacerdoti, che sempre hanno avuto cura e amato questo paese posto sulla sponda destra dell'Adige, dove l'alveo del fiume compie una leggera curva verso destra, in un paesaggio di solennità georgica, dove capita di trovare, qua e là, vestigia delle medioevali colombare, di capitelli e dove nel cuore del paese sorge la solenne Chiesa simbolo e cuore di una comunità legata alla fede, alla devozione e alla preghiera.

Fonte:

Il contenuto di questa sezione è stato tratto dal libro "Vigo nel Tempo" di Davide De Gani.